Una nuova sezione del festival dedicata ai cortometraggi internazionali d’archivio realizzati in contesti accademici, universitari, workshop o residenze.
A cura di Enxhi Noni, Milana Tsakaieva
È in qualche modo sia una coincidenza che un gesto sfacciatamente intenzionale il fatto che il programma Open Frame prenda forma proprio in questa 18ª edizione di Archivio Aperto, che porta il claim Time of Liberation. Il bisogno di uno spazio dedicato ai cortometraggi realizzati in contesti educativi, universitari o di residenze artistiche ci accompagna da tempo – nella mente, certo, ma anche nel cuore (se ci credete!) – soprattutto di fronte al travolgente dilagare di questa archive fever che ha contagiato il cinema e l’intero panorama culturale.
Nato dall’esigenza e dal desiderio di osservare la generazione emergente di filmmakers in una forma grezza e incontenibile, questa nuova sezione del festival getta anche luce su una gioventù arrabbiata e senza remore, affamata di trasparenza, riparazione, desiderosa di andare avanti. Con opere provenienti da contesti culturali ed educativi differenti, il found footage qui si carica di sensibilità politiche e intime, soprattutto grazie a forme ibride e approcci peculiari. Dare spazio a filmmakers emergenti significa anche coltivare una forma di testimonianza nata da un dialogo libero, spesso urgente, che si rifiuta di separare le ferite del passato dalle lotte del presente.
I sette film in questa sezione affrontano tensioni contemporanee e pesanti eredità, dalla decolonizzazione alle conseguenze del colonialismo, dai vuoti intergenerazionali alle identità in trasformazione. Attraversano storie di oppressione sistemica, espressione culturale e memoria collettiva. Esplorano voci queer, comunità marginalizzate e il fragile legame tra esseri umani, tempo e natura.
In questa linea del fronte apparentemente inutile – quella delle battaglie visive nell’epoca dell’alfabetizzazione mediatica, del conflitto con la memoria collettiva e dell’archeologia emotiva – Open Frame rappresenta un punto di partenza per dialogare con le immagini nel modo in cui solo una gioventù attraversata dal dubbio può fare. Ed è anche, di conseguenza, un modo per permettere a una gioventù intrisa di speranza, di fiorire.
È difficile (e forse persino controproducente) promettere un’esperienza di cinema sperimentale dentro il cinema sperimentale, ma questo programma si presenta con la consapevolezza che non potremo eliminare i mali del mondo attraverso creazioni estatiche: possiamo però almeno lasciarci trasportare, coinvolgere, risucchiare nel battito che questi film mettono in moto.