Storie Sperimentali. Stan Brakhage
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Storie Sperimentali. Stan Brakhage

Storie Sperimentali è il programma dedicato ai filmmaker che hanno fatto la storia del cinema d’avanguardia: la XIX edizione di Archivio Aperto omaggia il grande cineasta sperimentale Stan Brakhage, con una retrospettiva di 10 film realizzati tra il 1959 e il 2001, proiettati in pellicola.

 

A cura di Cecilia Ermini

 

«Si immagini un occhio non limitato da artificiali leggi prospettiche, un occhio non pregiudicato da logiche compositive, un occhio che non risponda al nome di una qualsiasi cosa ma debba conoscere ogni oggetto incontrato nella vita attraverso un’avventura percettiva». Così inizia Metafore della visione di Stan Brakhage, pubblicato nel 1963 come numero speciale di Film Culture e in Italia da Feltrinelli nel 1970. L’incipit introduce una delle più radicali riflessioni sulla visione nella storia del cinema: liberare lo sguardo dalle convenzioni della rappresentazione per restituirlo alla sua dimensione fisica, intuitiva e immaginativa. Nato nel 1933 a Kansas City, Brakhage realizza a 18 anni Interim, il suo primo film, dando avvio a un percorso che attraverserà oltre cinquant’anni e quasi 400 opere. Psicodrammi, film autobiografici, immagini della nascita e della morte, visioni cosmologiche, cicli ispirati alla poesia e film dipinti o graffiati direttamente sulla pellicola compongono un corpus in cui il soggetto dichiarato è spesso solo il punto di partenza: ciò che Brakhage indaga è l’atto stesso del vedere e il rapporto fra percezione, coscienza e mondo. La sua pratica cinematografica mette in crisi la distinzione fra registrazione e creazione attraverso l’uso della macchina a mano, di movimenti instabili, variazioni di fuoco e di esposizione, montaggio frammentario e manipolazione fisica della pellicola, trasformando l’immagine in un’esperienza sensoriale. Graffi, pittura, sovrimpressioni e materiali incollati direttamente sul supporto fanno della pellicola non più una superficie trasparente attraverso cui guardare, ma un luogo in cui la visione prende corpo. I suoi film sono così attraversati da esplosioni di colore, campi cromatici, variazioni di luce e rapide apparizioni di forme che sembrano affiorare e dissolversi prima ancora di essere riconosciute. Più che rappresentare il mondo, Brakhage cerca di restituire il movimento della percezione: la visione quotidiana, organizzata dal linguaggio e dal riconoscimento, lascia spazio a una percezione più libera, instabile e soggettiva. Il cinema diventa allora un’esperienza dell’occhio e, insieme, una forma di pensiero: luce che si muove nel tempo, materia che diventa immagine, immagine che diventa percezione.

 

In collaborazione con Light Cone