Time of Liberations
E se gli atti di liberazione fossero un piccolo varco nella linea del tempo? Quello che ci permette di compiere quel salto dialettico di cui parlava Walter Benjamin e incontrare il passato nel nostro presente? E se le liberazioni fossero sempre una conquista del sé quando il sé è tuttavia il frutto della relazione attiva con altri corpi, umani, animali, vegetali? E se liberazioni fossero quelle da una occupazione nazifascista o imperialista, ma anche da regimi autoritari, da gabbie patriarcali e coloniali, da sopraffazioni e ingiustizie economiche e sociali? Se le liberazioni fossero anche quelle del cinema dai meccanismi spesso soffocanti dell’industria? E se potessimo, quindi, celebrare un cinema più povero ma più libero, come ci hanno insegnato Maya Deren o Jonas Mekas, o Roberto Rossellini, che ottant’anni fa realizzava il film emblema di tutte le liberazioni, Roma Città Aperta, girando tra le strade di una città in macerie usando anche pellicole scadute? “Tornerà pure la primavera. E sarà più bella delle altre. Perché saremo liberi”.
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