Un omaggio all’artista Marinella Pirelli nel centenario della sua nascita con l’evento Il mio possibile vero, performance con i film e i testi di Marinella Pirelli accompagnati dal reading di Isabella Ragonese e la sonorizzazione dal vivo di Laura Agnusdei, e la project room Marinella Pirelli. Fino al margine del bosco: Disegni, fotografie, film.
A cura di Giulia Simi
Il mio possibile vero
Live performance
Marinella Marinelli – è questo il suo cognome prima di sposare Giovanni Pirelli – nasce a Verona esattamente cento anni fa, nel 1925. Inizia a dipingere giovanissima, negli anni del ginnasio, quando si trova a Belluno a causa del lavoro del padre. Presto frequenta lo studio del pittore istriano e rifugiato clandestino Romano Conversano. Di questa libertà nel perseguire le proprie passioni e i propri talenti dovrà essere riconoscente sia alla madre, figlia di proprietari terrieri di origine cadorina, sia al padre, militare insofferente alle consuetudini fasciste, morto di infarto nel 1941 “mentre si tormentava sulle liste dei soldati da inviare in Albania per sostituire i caduti”, si legge nei suoi appunti biografici. Nella notte della veglia – racconta ancora l’artista – uno degli ufficiali che tengono compagnia alla famiglia le parla del cubismo, del futurismo. Lo studio di Conversano a Belluno era, in quegli anni, meno periferico di quello che potremmo pensare. È lì, infatti, che Marinella Marinelli conosce Rodolfo Sonego, pittore che più tardi sarà tra i più importanti sceneggiatori della commedia all’italiana, ma anche il veneziano Emilio Vedova, anch’egli, come Romano, rifugiato clandestino. È grazie a lui che si immerge nell’intreccio tenace tra avanguardia e militanza.
Come spesso accade per le donne della sua generazione, Marinella è quasi l’unica artista tra gli artisti. E tuttavia le è subito chiaro, forse grazie a un’educazione poco conformista di cui la sua famiglia le fa dono, lo spazio della possibilità che i corpi possano percorrere. Ancora lontani gli anni del femminismo della seconda ondata, i gesti di rottura sono dettati soprattutto da slanci di emancipazione e di aspirata uguaglianza. Così, nel 1947, in una esposizione collettiva di Palazzo Davanzati a Firenze in occasione del primo raduno del Fronte della Gioventù coordinato da un giovane Enrico Berlinguer, lei e le sue poche compagne artiste si rifiuteranno di andare a dormire in un convento, mentre i colleghi uomini erano ospitati nella ex Casa del Fascio: “[…] fin da allora mi pareva normale che fare la stessa vita dei maschi fosse un fatto di rigore morale, e la pruderie un fatto di moralismo. Per molti anni, anche dopo, moralismo e moralità continueranno a essere confusi: sarà una delle peggiori complicazioni del PCI”. Nello stesso anno Marinella giunge per la prima volta a Milano. Nella città lombarda, dove si mantiene per qualche anno facendo prima la figurinista di moda, poi la scenografa e l’attrice, per la neonata compagnia Il Carrozzone, resta quattro anni. Non ha soldi e la pittura dal vero è ancora l’orizzonte con cui si misura, affinando la pratica dello sguardo e della osservazione di lunga durata.
Nel 1951 decide di trasferirsi a Roma, che percepisce come il laboratorio più attivo per le sperimentazioni pittoriche. La capitale italiana, tuttavia, è anche e soprattutto in quegli anni, la città del cinema, ambiente nel quale la giovane pittrice approda immediatamente. Il cinema non è solo uno spazio di fascinazione visiva, in anni di effervescenza, anche tecnologica – dal technicolor ai cinerama – ma anche un ambito in cui guadagnare con facilità. Dopo una prima esperienza come comparsa in Europa ‘51 di Roberto Rossellini, Marinella Marinelli inizia a lavorare in una casa di produzione di documentari e film d’animazione, la Filmeco. E racconta: “Imparo a filmare passo uno, fotogramma per fotogramma, 24 fotogrammi al secondo: sono migliaia di disegni. Ma è come il tempo andante della musica. Su questo metro e su questa base sono i tempi del movimento, si dipana il ritmo. Non solo l’occhio è coinvolto nella ripresa, ma anche il respiro, il battito del cuore. È un rapporto fisico completo di percezione.”
La sua riflessione sul dispositivo cinema riecheggia con le teorie francesi degli anni Venti e in particolare con le riflessioni sul cinéma pur di Germaine Dulac. Negli stessi anni continua a dipingere e sceglie ancora una dimensione figurativa: “Bisogna tener presente che allora per un giovane, per una ragazza ancora di più, era difficile muoversi in libertà e avere i contatti giusti con il mondo della cultura e, confrontandosi con gli altri, scoprire la propria identità. Alla metà del secolo passato i giovani che tentavano la via dell’arte, oltre a essere cresciuti isolati a causa del fascismo e della guerra, si trovavano frastornati tra neorealismo e astrattismo. Era facile e allettante orecchiare l’uno o l’altro stile. Ero pittrice figurativa, ma essere figurativi da giovani vuol dire principalmente guardare il mondo per cercare di capire.” Guardare il mondo. Cercare di capire. In questa osservazione attiva, Marinella Pirelli – sceglierà di mantenere il cognome di Giovanni Pirelli da dopo il matrimonio, nel 1953 – esercita con rigore una pratica dell’attenzione verso il vivente. Il suo sguardo si rivolge al mondo vegetale fin da giovane, quando collabora con il botanico Francesco Caldart, realizzando le illustrazioni degli esemplari vegetali in una guida pensata per i maestri e le maestre come “avviamento del fanciullo alla conoscenza della natura”.
Per amare la natura, prima di tutto occorre conoscerla. Occorre anche dare i nomi a quei viventi che ci circondano. E così Marinella guarda, osserva, disegna. E ancora guarda, osserva, disegna. E coglie la luce che batte sui corpi vegetali e su quelli animali. Sugli impollinatori che si nutrono tra le corolle dei fiori. “Ricordo lo stupore che mi diede il brillio di un’ala di un’ape illuminata dal sole”, scrive nei suoi appunti. Più tardi, tutte le sue opere – cinematografiche, ambientali, grafiche, pittoriche, cine-scultoree – manterranno un corpo a corpo con il vivente, riconoscendo nella luce e nel movimento rispettivamente la sorgente e la traccia dell’esistenza dei corpi sulla terra. Una ricerca, la sua, che non si è mai fermata. Anche quando, dopo la morte di Giovanni Pirelli, si allontanerà dal sistema dell’arte, per lei non più sostenibile, la sua avventura nella pratica artistica prosegue incessante. Fatta di sguardi, di scritture, di disegni, dipinti, fotografie, riedizione dei suoi film, reenactment delle sue installazioni ambientali. Fatta anche di piantumazione di piante, di annaffiature, di potature.
Marinella Pirelli. Fino al margine del bosco: Disegni, fotografie, film.
Project room
Marinella Pirelli ha prestato attenzione al mondo vegetale per l’intero arco della vita. Ha cercato in quei corpi che si nutrono di luce e di acqua la verità della pittura e, ancor più, la verità dell’esistenza. Dalle illustrazioni botaniche realizzate a china su carta di riciclo nei primi anni del dopoguerra, fino ai fiori osservati e colti, con una vecchia fotocamera 6X6, in diapositive che diventano studi per opere a venire, fino ai film, dove costantemente l’elemento vegetale si fa traccia di vita, di passato che si fa momento nel presente, di stagioni che passano e trasformano i corpi.
È osservando le foglie tremule attraversate dai raggi di luce, la forma spesso circolare dei fiori, le gocce d’acqua che si posano sui fili d’erba che Marinella Pirelli coglie il momento dell’esserci. Noi e il mondo, assieme. È uno sguardo della lunga durata, lento, paziente, radicato nell’attesa e nell’apertura verso l’altro. È la forma dell’attenzione come la formulava Simone Weil, nella quale “l’anima si svuota completamente del proprio contenuto per accogliere in sé l’essere che sta guardando così com’è, in tutta la sua verità”.
Lo sguardo è quello, anche, della prossimità: il primissimo piano o persino il dettaglio è l’inquadratura spesso scelta per le sue fotografie fatte con la tecnica della macro, nell’idea dei dispositivi di registrazione della realtà come capaci di rivelare l’invisibile ad occhio umano. Le nervature dei petali e delle foglie, la rifrazione della luce. E le forme primarie che si rivelano, il cerchio prima di tutto.
In questa piccola stanza di epifanie vegetali la luce dei proiettori analogici – fotografici e filmici – ci immerge in questo cammino tra le piante che Marinella Pirelli ha compiuto in tutta la sua vita e che qui si rivolge all’arco temporale che dal primo dopoguerra – del biennio 1948-1949 sono le illustrazioni botaniche degli erbari – arriva fino al passaggio tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta.
Immergersi nel suo sguardo significa entrare in una relazione stretta e partecipata con il mondo vegetale che l’artista e filmmaker ha saputo tessere ben prima che la diffusione di un pensiero ecologista travolgesse le pratiche artistiche e di farlo in una prospettiva di “ecologia dei media”, dove il disegno e i dispositivi mediali convivono. Tra disegni, fotografie e film, Marinella Pirelli ci aiuta a vedere quello che normalmente passa inosservato ai nostri occhi, o al massimo si fa cornice di sfondo, porzione di un paesaggio che è sempre in funzione dell’umana esistenza. E invece nei prati di campagna, nei giardini di città, nei parchi pubblici dei nostri quartieri esiste una comunità di viventi. È la nostra comunità.
Fino ai margini del bosco. E oltre.
Sala Berti – Refettorio delle Monache dell’ex Convento di San Mattia – Via Sant’Isaia 20
26.09–04.10.2025
orari di apertura
27–30.09 > 9.30 – 19.30
01-04.10 > 14.00 – 18.00 o su appuntamento